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sabato 6 settembre 2014

Extrasistole e recidività.

Ma io dico, come si fa a cadere nello stesso tranello mille volte?
Anche stamattina, dopo aver mangiato (ammetto velocemente e nervosamente) alcuni pistacchi mentre pensavo agli esami universitari che non ho ancora fatto, mi è venuta una bella extrasistole e poi un'altra più breve a distanza di mezz'ora, più o meno.

Ora, ripeto - lo so che le mie extrasistole sono BENIGNE, il mio cuore non ha malformazioni nè malfunzionamenti - come si fa a cadere nello stesso tranello ancora una volta e farsi intrappolare dal vortice dell'ansia e del panico?!

Ancora una volta ho avuto paura di una cosa con cui ormai dovrei essere abituata a convivere.

Allora sono recidiva!

Però mi è venuta in mente una domanda: perché alcune persone sentono le extrasistole come sfogo del loro nervosismo, ansia, ecc, mentre altri non le avvertono mai nel corso della loro vita? Chi siete tutti Buddha?!

mercoledì 3 settembre 2014

Shut the f**k up, get up!

Dall'oroscopo di Internazionale:

Come sai bene, la vera fiducia in se stessi non si traduce in arroganza né in spavalderia. A generarla non è il desiderio di apparire migliori degli altri né la paura di sembrare deboli. La vera fiducia in se stessi nasce quando abbiamo una visione chiara e precisa di quello che dobbiamo fare. Si manifesta quando esercitiamo le competenze che abbiamo costruito con il duro lavoro e la disciplina. Per te è arrivato il momento di mostrare nuova fiducia in te stessa, Vergine. Sei pronta per sfoggiare la versione più ardita e decisa di te.

Azzeccato! E' stata una splendida giornata, quella di ieri.
Divertente, spensierata, ho tenuto a bada l'ansia quando si è presentata, ed ho camminato tanto... ma talmente tanto che oggi non riesco ad alzarmi dalla sedia.

So perfettamente quello che devo fare, e cioè proseguire con questo atteggiamento positivo, che non significa farsi fessi da soli, significa semplicemente non piangersi addosso per ogni scusa.
Cambierò atteggiamento un po' alla volta, per non sconvolgere tutto, ma lo devo fare a fin di bene. Del resto ho sempre pensato di essere una persona allegra e coinvolgente, ma ultimamente la mia verve si era un po' spenta.

La voglio ritrovare, voglio ritrovare quella bambina spensierata e spigliata, voglio ritrovare il giusto equilibrio tra la mia ambizione e l'ansia che ne scaturisce se non "rispetto i miei standard". E lo farò da sola, con l'aiuto della mia forza di volontà.

Tutti i problemi della vita hanno una (o più) soluzione(i), farsi intrappolare da una paura o uno stato d'animo è una cazzata.

martedì 2 settembre 2014

Il duro lavoro dell'atteggiamento.

La maggior parte del lavoro lo fa l'atteggiamento.

Svegliarsi con ansia, con la paura di avere un altro attacco di panico o un'altra extrasistole, la forzatura di assumere determinate posture, determinati comportamenti e di mangiare determinate cose per evitare di appesantire lo stomaco e con lui il diaframma, sono tutti atteggiamenti sbagliati, che non fanno vivere davvero la vita, ma fanno solo passare il tempo.

Ed io non voglio passare il tempo. Lo voglio vivere.

Così da ieri ho cominciato a sorridere di prima mattina, nonostante la pioggia.
Ho sorriso al tabaccaio sotto casa rientrato dalle ferie, ho sorriso al sostituto del portiere dello stabile dello studio e mi sono fermata a chiacchierare, ho sorriso alla segretaria dello studio al piano di sotto e così via.
E la giornata ha preso un'altra piega.

Ho raccontato della mia ritrovata ansia alla mia collega, che a sua volta mi ha raccontato dell'incidente del figlio, salvo per miracolo dopo essere andato fuori strada con la macchina, completamente distrutta; ed ho capito che lei avrebbe un motivo in più del mio per poter essere in ansia, che motivi all'apparenza non ne ho.
«Saremmo tutti disperati se ci pensassimo sempre».

Solo una cosa non è andata bene nella giornata.
Ho cercato di confrontarmi con il mio medico e di far capire ai miei genitori, che non ho intenzione di "curare" la mia ansia con psicofarmaci per tutta la vita, e soprattutto non ho intenzione di aumentarne la dose giornaliera.

Quello che hanno fatto e fanno tuttora per me queste gocce è sì importante, ma il grande cambiamento lo devo fare io. Perché tutti abbiamo ansie e preoccupazioni, ma solo una persona su cento deve ricorrere all'aiuto dei farmaci per sentirsi sollevato. E quando si smette? Chi fa i conti con i fantasmi che aleggiano nel cervello? E la soluzione dovrebbe essere assumere farmaci a vita? No grazie. Preferisco lottare.

E mi dispiace si pensi che non mi fido del medico (che tra l'altro è prima di tutto mio zio) o dei consigli dei miei genitori, ma non mi fido del metodo perché lo ritengo sbagliato, è una vittoria per l'ansia e un'altra sconfitta per me, che so di poterne fare a meno.

Tempo fa lessi su Facebook una frase, di quelle vignette che spesso e volentieri spocchiosamente odio, diceva: «Sei stato scelto per questa vita perché sei abbastanza forte per viverla».
E' proprio così, sono abbastanza forte per viverla.

domenica 31 agosto 2014

Meditazione.

Domenica, quasi le 8 di mattina.
Mi sveglio con la sensazione di una nuova extrasistole, compagna tra alti e bassi dal 2007.
Un po' per rabbia, un po' per paura, decido di alzarmi.

Ma prima un po' di meditazione.
Penso di non aver ancora imparato a meditare correttamente, ma l'impegno che ci metto per riuscirci mi distrae dal resto, e mi fa bene, in più lo consigliano in tutti i libri che sto leggendo.

Mi siedo a gambe incrociate, schiena dritta, respiro gonfiando lo stomaco e non i polmoni.
La voce inglese che mi guida nella pratica dice di ascoltare per qualche secondo i rumori intorno: sento il ticchettio alternato dei miei due orologi in camera, quello da parete e quello della sveglia, sento il ventilatore che improvvisamente si ferma, sento il mio respiro e un rumore che proviene dal retro del bar sotto casa. Poi la voce ricomincia a parlare.

Mi svela un trucco per concentrarmi sul respiro senza per forza ripetere un vero e proprio mantra: contare. Uno, e respiro dal naso, due, e lascio uscire l'aria dalla bocca. Così, fino a dieci, e poi di nuovo, per almeno tre volte.

Senza nemmeno essermene accorta sono passati dieci minuti e la voce guida mi invita a fare un po' di stretching per riprendere il controllo del mio corpo. La sessione è finita.

Domani sera vorrei provare a meditare assieme ad altre persone, che ogni lunedì e ogni giovedì, si riuniscono in un centro buddhista in centro città per meditare un'ora. Non so bene se qualcuno mi indicherà il modo giusto per meditare o se saranno tutti troppo presi dalla loro meditazione, ma potrei provare a concentrarmi anche solo con il metodo che ho utilizzato questa mattina.

Se è vero che, come dicono i medici e come risulta dai controlli, il mio cuore sta bene, allora forse è la mia mente ad aver bisogno di attenzioni.

venerdì 29 agosto 2014

Ambizione e insoddisfazione.

Sto leggendo molto sugli argomenti "ansia" e "panico"; è utile sapere che la maggior parte delle sensazioni che provo io, le prova il 20% della popolazione mondiale, e molti altri le hanno provate e sconfitte.
Ma questa consapevolezza non basta ad eliminare il problema.

Il "Dottore non male" mi ha fatto una domanda nel suo colloquio: «che tipo di bambina era e che tipo di donna è diventata adesso? E' cambiato il suo carattere?».
Non ho esitato a rispondere che sì, il mio carattere è cambiato, in peggio.

Se dovessi pensare alla me bambina, rivedo una bambina felice e sorridente, spensierata come ogni bambina dovrebbe essere; sicuramente una bambina più spigliata, timida ma non tanto da non riuscire a fare amicizia, vergognosa ma non abbastanza da non permetterle di parlare in pubblico. Ricordo benissimo di aver "presentato" le recite di scuola senza troppe preoccupazioni, anzi la sensazione che questo ricordo mi evoca è quella adrenalinica di chi ce l'ha fatta, di chi è sicuro di sé e di quello che fa.

Da quanto tempo non provo questa sensazione? Tanto, forse troppo tempo.
E non significa che non abbia mai più raggiunto un traguardo, ma probabilmente non ho mai dato risalto al successo ottenuto rispetto alle sconfitte che mi sono capitate.

Mi sono diplomata con 95/100, e credo che la maggior parte degli studenti si sentirebbe più che appagato da questo voto, molti potrebbero anche invidiarmelo, ma non io. Non io che l'ho sentito come una sconfitta nella vittoria, perché non era 100/100.

La troppa ambizione spesso mi ostacola, e nonostante io provi a pormi degli obiettivi più bassi delle mie possibilità, per ridurre al minimo la possibilità di ottenere una delusione, resta sempre un senso di insoddisfazione e inadeguatezza.

Un altro chiaro esempio è il lavoro: ho un lavoro a tempo indeterminato da 5 anni e mezzo, uno stipendio assicurato e sempre puntuale, versamenti INPS dal primo giorno di lavoro. Ho l'esperienza, le capacità e tutti i requisiti per poter continuare a lavorare anche se qualcosa dovesse andare storto con l'attuale posto di lavoro.

Ma allora perché ho sempre l'impressione di essere ferma? Ho come la sensazione che gli altri vadano avanti, facciano carriera, si costruiscano una famiglia e vivano sereni.

A guardare bene, la maggior parte dei miei amici si è laureato, è vero, ma vive a casa dei genitori senza lavoro, o con lavori sottopagati per la loro preparazione.

Agli occhi di chi non ha avuto la mia stessa fortuna, potrei sembrare una capricciosa immatura, che si lamenta della sua condizione senza averne il benché minimo diritto. E' probabile che sia così, ma è difficile farlo capire a quella parte di me che adesso vede tutto nero intorno.

giovedì 28 agosto 2014

Il primo incontro.

Sono in anticipo.
Ho appuntamento alle 19 ma sono le 18:33 e sono già davanti al portone.
Aspetto.

Accendo Radio Rock e ascolto, nel frattempo consumo il marciapiedi facendo avanti e indietro mentre le persone passano, chi entra nel portone e chi prosegue.
In radio, Peppe Lomonaco e Matteo Catizone chiedono cosa stiano facendo gli ascoltatori per scegliere la giusta colonna sonora. Sono tentata di inviargli un sms: "sono sotto lo studio di uno psicoterapeuta che non conosco, in anticipo come ogni ansioso, che canzone merito?"; ma poi cancello tutto e non lo invio.

18:50, mi decido a citofonare.
«Terzo piano, scala A» mi annuncia la voce che risponde.
Ad accogliermi alla porta c'è lui, il Dottore, che ad occhio e croce avrà tra i 35 e i 40 anni. Non male, penso.

Mi fa accomodare in una saletta per un paio di minuti. Prendo un biglietto da visita dal tavolino basso all'angolo della stanza: è quello di un nutrizionista - biologo. Magari un giorno potrà essermi utile.

E' il mio momento, mi fa accomodare nel suo ufficio. E' una stanza molto grande, luminosa quanto basta, forse anche troppo coperta dalle tende. Ci sono due poltrone bianche, la sua scrivania a L e alcune cornici che viste di sfuggita sembrano tenere in bella vista Lauree e attestati vari.

Si siede, mi siedo.
«Vuole raccontarmi un po' quello che mi anticipava al telefono?» esordisce con un'espressione sul volto tra il serio e il "piacione".

Inizia il nostro colloquio, durato 50 minuti, in cui spiego il motivo che mi ha spinta a rivolgermi ad uno psicoterapeuta. Verso metà chiacchierata ci sciogliamo entrambi, qualche battuta, qualche sorriso per sdrammatizzare; l'immagine del freddo Dottore inizia a svanire lasciando il posto al suo lato più umano, ovviamente di un professionista che però sa come trattare determinati pazienti.

Mi fa la sua proposta: 5-6 mesi di psicoterapia settimanale. Non sono spaventata, anzi le sue parole durante il colloquio mi hanno anche rasserenata e, anche se sono cose già lette e sentite mille volte, sentirselo dire da una persona che aiuta a "guarire" dal problema dell'ansia e del panico, ha tutto un altro effetto.

Ringrazio e con la promessa di fargli sapere quanto prima, esco.